Abbiamo visto la mostra di Pixel Pancho – Androidèi

Sabato 19 febbraio, ha inaugurato alla Galleria Varsi – Via S. Salvatore in Campo, 51, Roma – la mostra dell’artista Pixel Pancho.

Atmosfera suggestiva nel momento in cui entrando nella galleria Varsi, il piede si ritrova a calpestare terriccio e non la superficie liscia che ci si aspetterebbe all’interno del locale.

Dei rampicanti, un mezzo busto che si staglia al centro della sala, le luci che si proiettano su delle opere che si alternano tra un netto contrasto del bianco e nero delle incisioni e le tetre sfumature di blu delle tele, che spiccano accanto al bordeaux del fogliame che le incornicia.

Un contesto accuratamente creato per contrapporre realtà e immaginario: lo stesso che si ritrova nel concept artistico di Pixel Pancho.

Tutte le opere – coerentemente con le realizzazioni passate dello street artist – si sviluppano seguendo una realtà presumibilmente distopica in cui l’uomo, l’androide e il dio si amalgamano in un’unica identità.

Le sembianze robotiche, presentano un aspetto antropomorfo come quello delle divinità greche, che infatti si riconoscono nei dettagli sia delle tele, sia delle incisioni.

È la concezione di una nuova triade che in un futuro ipotetico e concettuale si concretizza con contesti mitologici e prospettive descritte negli antichi poemi, con la particolarità che l’eroe non è l’uomo, né il dio: è l’unione di entrambi, che sfida una realtà decadente, provando a raggiungere un’immortalità che sia gloriosa.

Un futuro cibernetico in cui l’uomo è un ricordo che cerca di sopravvivere nella rappresentazione di ciò che era il suo mito.

Il testo e le foto sono di Anya Baglioni.

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Mr. Cotton

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