Design Week: si torna

Premetto che quanto leggerete sulla Design Week meneghina è frutto della mia personalissima esperienza. Non voglio esprimere giudizi assoluti, la verità non può mai essere di un singolo, ma solo condividere quanto ho vissuto in tre giorni di totale immersione nel Fuorisalone 2016.

“L’umanità sta uscendo sconfitta dal troppo. C’è troppo di tutto. Almeno qui, in Occidente. Cominciamo a viaggiare più leggeri”. (A. Masullo)

L’affermazione di Aldo Masullo, estrapolata da una sua recente intervista rilasciata a La Repubblica, mi frulla in testa da martedi scorso, quando sono salito sul treno per Milano: ufficialmente la Design Week iniziava allora e, già nei giorni precedenti, avevo  accumulato inserti, riviste (specializzate e non) interamente dedicate al programma degli eventi, agli attori coinvolti – aziende e designer – oltre alle anticipazioni sulle novità di prodotto. Sono sempre sul treno ed ancora La Repubblica protagonista, questa volta con l’inserto RCasa&Design sul cui editoriale leggo: “…infine, accanto al design, almeno come viene inteso questo termine (una produzione connotata da forme originali che restano nell’occhio)…”

Rimango abbastanza perplesso nel leggere una definizione di design cosi banale e inesatta per cui passo oltre e prendo Icon Design, il mensile del Gruppo Mondadori, imbattendomi in un articolo sulla Villa Noailles scambiata per la Muralla Roja. Il mio disappunto aumenta e mi chiedo perchè si senta cosi tanto il bisogno di scrivere di design, architettura se non si hanno le competenze per farlo. Forse –  mi dico –  perchè oggi architettura e design – come del resto food – vendono molto bene. Questa sensazione me la porto a Milano e, in tutta onestà, non mi lascia per tutti e tre i giorni di permanenza in città.

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Non voglio tediarvi con un resoconto dettagliato, una cronaca minuziosa del mio tour, pertanto cercherò di farvi una sintesi dell’esperienza piuttosto che raccontarvi cosa ho visto e cosa no. Innanzitutto credo che l’edizione 2016 sia la più sotto tono tra quelle seguite negli ultimi anni: molti spazi significativi, SuperStudio, La Fabbrica del Vapore, Base, l’Università Statale, il neo nato Museo del Design ospitavano, quest’anno, allestimenti decisamente poveri e privi di un disegno organico. La mancanza di organicità, in particolare, ha caratterizzato a mio personalissimo parere l’intero Fuorisalone, eccessivamente – e malamente – distribuito sul territorio: troppi i distretti tra Ventura, Brera, Tortona, San Babila, Sant’Ambrogio, San Gregorio, Porta Venezia, 5Vie, Sarpi Bridge, Triennale e in alcuni casi scarsa e mal posizionata la segnaletica per cui, se non sei di Milano, giri in tondo senza riuscire a trovare quanto cerchi.

Non solo troppi distretti, ma anche troppi appuntamenti: specifico che nonostante si parli di “week”, la settimana inizia martedi per concludersi domenica. Sarebbero quindi cinque giorni pieni: e dico sarebbero perché, in realtà, non solo mercoledi la maggior parte degli spazi sono ancora in “work in progress” quanto il fatto che, mediamente, prima dell’ora di pranzo non ti fanno entrare da nessuna parte (eccezion fatta per negozi vari che, con la scusa della Design Week, fanno affari d’oro).

Perchè esagerare, in uno slancio organizzativo anarchico che cozza incredibilmente con il concetto di “progetto”, e non definire invece un piano di eventi, mostre, esposizioni, incontri realisticamente fruibili dall’utenza nel breve tempo a disposizione, piano che magari, annualmente, risponda ad un solo e ben definito tema? Credo che la Milano del design, gli operatori che siedono ai tavoli decisionali, dovrebbe interrogarsi su questo e “progettare” quanto prima una valida risposta. Il rischio, in alternativa, è quello di lasciar diventare la Design Week, è forse lo è già, un gran baraccone, un circo ridondante e per molti versi inutile, privo di valore reale per chi opera nel settore, industria e designer,  ma organizzato piuttosto per generare beneficio a quell’ indotto costituito da alberghi, ristoranti, bar, paninoteche, mobilità pubblica e privata, etc.

Non a caso, la maggior affluenza nei distretti avviene in fascia aperitivo: se ne deduce che molti tra coloro i quali partecipano al Fuorisalone lo fanno semplicemente per presenziare, per esserci e dimostrarlo con qualche selfie scattato in via Tortona. Il Museo del Design, che ospita stabilmente una significativa collezione di pezzi tra il 1880 e il 1980, e che in occasione della Design Week proiettava in anteprima”Memphis Blues Again” il cortometraggio sul gruppo Memphis, giovedì pomeriggio era completamente vuoto.

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Museo del Design 1880-1980

Ciò detto, resta il fatto che di cose belle in giro ce ne erano e molte: l’installazione di Nendo, 50 manga chairs, nella meravigliosa cornice della Basilica di San Simpliciano, i giardini della Triennale con “Arch and Art”, opera collaborativa tra architetti ed artisti del calibro di De Lucchi, Souto de Moura, Chipperfield, Pistoletto, Cucchi, Palladino e Kounellis o l’opera multimediale “KŪKAN: the Invention of Space“, realizzata da Panasonic. Tutte cose che con “…una produzione connotata da forme originali che restano nell’occhio…” hanno ben poco a che vedere.

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Nendo, 50 Manga Chairs

 

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Arch and Art, Giardini de La Triennale

 

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Kukan, per Panasonic

Oops, leggo solo ora: “Il Comune: ‘400mila persone a spasso nei quartieri…Abbiamo censito 1.100 eventi, impossibile riuscire a vedere tutto in una settimana’. Di qui l’idea di uno spin-off autunnale.”

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Aiuto: nel 2017 si raddoppia!

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Michele Emme

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