Ieri, oggi e design: sono cactus vostri

Esco dalla Design Week appena conclusasi abbastanza frastornato e confuso: migliaia di cose da vedere, toccare, apprezzare e criticare, progetti e prodotti da cui lasciarsi sorprendere e altri da cui prender rapidamente le distanze.

Il design, inteso come progettazione di prodotto, è un mare che sempre più ambisce a diventare oceano e in esso convivono specie di ogni genere e dalle intenzioni più disparate; l’edizione 2016 del Fuorisalone, come mai prima d’ora,  credo che le abbia accolte tutte. Innovazione, tradizione, emulazione, trasgressione, provocazione, sono i principali caratteri che appaiono rappresentati nei prodotti esposti. La provocazione e l’ironia, sono fondamentali nel design cosi come nella vita. Provocare, giocare con le forme, non prendendo troppo sul serio il progetto o l’ipotetico messaggio che il prodotto vuole veicolare sono senz’altro gli elementi che hanno favorito la nascita di Cactus, appendiabiti disegnato nel 1972 da Guido Drocco e Franco Mello e prodotto da GUFRAM, azienda italiana  la cui influenza risultò fondamentale e contribuì a rivoluzionare l’estetica del mobile a partire dagli anni ’60.

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Cactus è divenuto un’icona del design italiano: forma, materiale (poliuretano espanso), colore – che ammiccano all’arte “pop” e  anticipano il “radical” dei Memphis – ma soprattutto l’idea di rivoluzionare il paesaggio domestico annullando i confini tra interno ed esterno fanno di Cactus l’appendiabiti più famoso di sempre. Non solo: Cactus nella sua ambizione maggiore prescinde totalmente dal voler essere un appendiabiti e affrancandosi dall’austero funzionalismo si eleva ad elemento decorativo.

Nel corso degli anni si sono avvicendate molteplici versioni, ognuna caratterizzata da un preciso colore: verde smeraldo, bianco, rosso, nero, ma anche soluzioni sfumate che passano dal verde all’arancione o che riprendono i tre colori della bandiera francese. Quest’anno è arrivato Psychedelic Cactus: edizione limitata in 169 esemplari, realizzata ad hoc da Paul Smith, l’estroso designer (prevalentemente di moda) britannico.

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Non deve essere stato facile, nel 2010, per Paula, collettivo di designer romani, interpretare un oggetto cosi inflazionato come l’appendiabiti, visti anche i prestigiosi e iconici predecessori (vedi sopra). Ciò detto, il loro Wardrom, in silicone, vince e svetta sul mare di progetti visti e rivisti e ci riesce, guarda un pò, grazie alla provocazione e all’ironia.

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L’appendiabiti/guardaroba di Paula fa tesoro, indubbiamente, della lezione di Mies van der Rohe – quel “less is more” che, pur senza eccessivi protagonismi, caratterizza sempre più le recenti produzioni, sostenibili ed iperfinalizzate – si esalta nel piacere di provocare, stupire e, last but not least, formalizza egregiamente, attraverso una metafora del disordine epocale, la risposta ad un gesto comune: quello di lanciare un indumento appena tolto.

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Dei 169 pezzi di Cactus non so quanti ne siano rimasti. Wardrom è andato sold-out.

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Michele Emme

Michele Emme

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